TUTTI A VENEZIA il 7, 8 e 9 GIUGNO 2013
SALVIAMO VENEZIA – LAGUNA BENE COMUNE

Venezia, gondole e grandi navi – http://www.flickr.com/photos/marcomil/
TUTTI A VENEZIA il 7, l’8
e IN LAGUNA il 9 GIUGNO 2013

Venezia, piccole case e grandi navi – http://www.flickr.com/photos/alvi/7098526997/
Le grandi navi che sfilano in laguna veneta navigando nelle acque antistanti Piazza San Marco, sono lunghe anche più di 300 metri, alcune raggiungono una altezza che si avvicina a 70 metri e pesano ben oltre le 100.000 tonnellate.
Nel 2012, le grandi navi da crociera hanno attraversato la laguna per 661 volte (fonte Corriere della Sera 18.05.2013 – pag.25) transitando a pochi metri dal Palazzo Ducale e dalla Biblioteca Marciana, continuando a erodere rive e fondali e a portare inquinamento atmosferico ed elettromagnetico, per non parlare dei rischi alle persone e al patrimonio storico-artistico.
Sono navi grandi il doppio o il triplo della Jolly Nero, protagonista del disastro di Genova, quando passano, fanno tremare i vetri e i pavimenti, tolgono la vista alle finestre e oscurano il sole lungo la riva delle Zattere. Ma non si tratta di sola “estetica”. I problemi veri sono ambientali e sanitari, sociali ed economici. Gli standard internazionali consentono alle compagnie di navigazione l’uso di carburanti con una concentrazione di zolfo tremila volte superiore a quella degli autoveicoli, e studi prudenziali stimano le emissioni di una singola nave da crociera pari a quelle di 14.000 automobili. Un inquinamento selvaggio dell’aria, dal momento che questi “condomini galleggianti” tengono i motori sempre accesi anche in banchina a pochi metri da quartieri densamente abitati.
Uno dei danni ambientali più gravi, perché irreversibile, è il dissesto idro-geologico della delicatissima Laguna di Venezia. Le masse d’acqua spinte ai lati del gigantesco scafo mettono a rischio le rive e le fondamenta dei palazzi e dai canali portuali erodendo il fondo lagunare. La scomparsa della tradizionale morfologia lagunare cancella la vera difesa della città dalla forza del mare, l’unico freno al fenomeno dell’acqua alta. L’ipotesi dello scavo di nuovi canali sarebbe letale per la laguna che verrebbe trasformata in un braccio di mare. Non solo: il turismo che “attracca” in città a bordo delle grandi navi da crociera è un modello incompatibile con la vita della città. La strage di Genova dimostra poi come queste navi siano tutt’altro che sicure.
Infine vi è la questione democratica che accomuna tutte le lotte contro le grandi opere. E’ giunto il momento che le istituzioni ascoltino la voce dei cittadini. Chiediamo che la sovranità sulle acque della Laguna venga tolta ai Ministeri, al Magistrato alle Acque e all’Autorità Portuale, e restituita alla comunità locale. Vogliamo che gli scavi portuali (oltre all’inutile progetto Mose) cessino di essere occasione di arricchimento per i cementificatori del nostro territorio.
LE GRANDI NAVI
-
INQUINANO
-
DISTRUGGONO LE FONDAMENTA DELLA CITTA’
-
INTACCANO L’ECOSISTEMA LAGUNARE
-
INCREMENTANO L’ACQUA ALTA

-
SONO UNA MINACCIA PER LA SALUTE DEI CITTADINI
-
SONO LO SFREGIO CHE SOVRASTA I GIOIELLI ARCHITETTONICI
-
SONO TROPPO GRANDI PER VENEZIA
E’ ORA DI DIRE BASTA!
Per queste ragioni invitiamo quanti si battono ovunque contro le grandi opere e in difesa dei beni comuni, per i prossimi 7, 8 e 9 giugno, a partecipare ad una grande mobilitazione nazionale e internazionale per allontanare da Venezia le grandi navi.
Saranno tre giorni di incontro e di lotta, in cui tutti potranno sentirsi nuovamente protagonisti e riaffermare il proprio diritto a vivere in una città in cui democrazia e beni comuni quali la salute e la cultura, vengano prima del portafoglio dei potenti e della logica del profitto ad ogni costo.
Ulteriori informazioni su: www.nograndinavi.it
SUMMO LACU (Altissimo Lario) – Eko-intervista
INVERNO
ALPINO
IN
SUMMO
LACU
IN KAYAK
DA MARE
SULL’ALTISSIMO
LARIO
Vincenzo Maritati, giornalista redattore di PIEDI LIBERI – Itinerari nella natura
intervista Marco Ferrario (Ekokayak)
V.M. - Abbiamo chiesto a Marco Ferrario, creatore di EKO e grande appassionato del kayak e dell’avventura, di raccontarci qualcosa della sua grande passione.
Nelle sue parole un esempio di come l’amore per la natura si manifesti in tutte le stagioni, senza fermarsi neppure davanti alle rigidità del clima, anzi, l’esplorazione del lago d’inverno assume una bellezza e un fascino del tutto particolari.
Marco, come nasce la tua passione per il kayak da mare?
Eko - All’origine di questa passione c’è l’amore per i viaggi avventurosi verso le
isole mediterranee.
La prima volta che utilizzai un kayak fu trent’anni fa quando Ettore, un amico a cui sarò sempre grato, mi condusse ad esplorare le anse del fiume Ticino.
Compresi subito che il kayak era l’anello mancante verso la realizzazione dei miei sogni.
V.M. – Cosa vuol dire Eko–kayak?
Eko – Il significato di Eko sta in queste tre lettere che lo compongono:
E di esplorazione,
K di kayak da mare,
O, rappresenta la “rotondità” del pianeta Terra sul quale l’unico confine possibile è la linea che separa le terre dalle acque, è su questa rotta che costruisco i percorsi dei miei viaggi.
Eko significa anche ecocompatibile e il kayak lo è davvero, scorre silenzioso e non lascia traccia del suo passaggio.
V.M. - So che durante le tue esplorazioni documenti anche scempi edilizi, segnali inquinamenti…
Eko – Navigare in kayak è un privilegio.
Scivolare sull’acqua lentamente e con “passo” umano, consente di osservare la costa e vivere intensamente il paesaggio sentendosi parte di esso.
Un buon kayaker non può accontentarsi di un fluido qualsiasi su cui pagaiare e non può vedere solo il bello, è necessario avere occhi anche per i danni che l’uomo reca alla natura.
Occorre documentare, diffondere, denunciare e contrastare la devastante cementificazione costiera e gli episodi di inquinamento.
Ritengo che impegnarsi in tale senso sia un dovere che abbiamo nei confronti delle future generazioni che erediteranno questo pianeta.
V.M. – Come prepari le tue escursioni?
Eko – Le escursioni giornaliere richiedono una minima preparazione, più o meno la stessa di un escursionista di montagna, ma ovviamente con altri mezzi.
Più attenta è la preparazione a un viaggio nautico di più giorni.
Un kayak da mare adatto al trekking possiede ampi gavoni, nei quali sistemare tutto l’occorrente per affrontare diversi giorni in completa autonomia e non si fatica a pagaiare col kayak carico di provviste e di tutto l’occorrente per la navigazione e il bivacco.
Nel preparare un viaggio è anche indispensabile uno studio della mappa e perciò del percorso, per sapere dove è possibile sbarcare facilmente e dove è meglio sistemare il campo, inoltre non va trascurata la sicurezza e in tale senso è importante monitorare attentamente la situazione meteo-marina.
V.M. – Qual’è la stagione migliore per andare in kayak?
Eko – In kayak da mare si può viaggiare tutto l’anno.
Con opportuni accorgimenti, ogni stagione lo consente ed è proprio navigando in kayak sottocosta che si apprezzano e si comprendono pienamente le diversità stagionali.
Quando arriva la primavera il Mediterraneo mi attende con tutta la sua luce, i suoi colori e i suoi profumi. In particolare sono attratto dagli arcipelaghi, preziosi scrigni di natura e di vita vera.
Invece, col clima freddo e le giornate brevi, amo pagaiare sui laghi prealpini.
V.M. – Quali sono i laghi e gli itinerari più belli nella stagione invernale?
Eko – Per quanto concerne i laghi prealpini, il Lario stretto tra i monti, è sicuramente al primo posto tra le mie preferenze e conosco ormai ogni suo capriccio. Percorrendo le sue sponde è possibile pagaiare per oltre 200 km. senza soluzione di continuità, è una grande fortuna avere una palestra simile vicino a casa.
Anche il Benaco è molto bello, lo frequentavo negli anni della fanciullezza contemplando il suo bacino inferiore che mi appariva immenso e perciò misterioso, quasi fosse mare. Quando ho iniziato a navigarlo in kayak ho potuto finalmente conoscerlo in ogni suo dettaglio e raggiungere la parte nord che ha un fascino molto particolare, accarezzata spesso dal vento teso e gagliardo e coronata a occidente da magnifiche scogliere strapiombanti e a oriente dai più dolci declivi del Monte Baldo.

Lago di Novate Mezzola – sosta sulla spiaggia nei pressi della foce del torrente Codera – sullo sfondo il Monte Berlinghera
Eko - Non ho parole adatte per descrivere pienamente le sensazioni e il piacere di una pagaiata, l’immagine fotografica è più significativa di qualsiasi racconto, perciò lascio parlare le fotografie.
_____________________________________
INTERVISTA pubblicata il 18 febbraio 2013 su PIEDI LIBERI – Itinerari nella natura
Fotografie realizzate in Summo Lacu il 16.dicembre.2012
Credit fotografici: Marco Ferrario
Clicca sulle immagini per ingrandirle
Isola di TAVOLARA
Tornando in kayak da mare all’Isola di
T A V O L A R A

Mappa tratta dalla Carta dell’Area Marina Protetta TAVOLARA Punta Coda Cavallo – http://www.amptavolara.it
Sardegna – Gallura
Mare Tirreno Centrale
_______
Questo racconto lo dedico agli amici Roberto Kratter e Ettore Moretti, con i quali mi recai a Tavolara nel 2010, fu un trekking nautico molto intenso ed affascinante descritto sempre su Eko in
Il mare in quei giorni non fu sempre navigabile e un terribile vento ci impedì la circumpagaiata completa dell’isola di Tavolara.
Questa estate, trovandomi in Sardegna, mi recai nuovamente a pagaiare attorno all’isola, per fare il giro completo e descrivere fotograficamente quegli aspetti naturalistici che non abbiamo potuto ammirare nel viaggio precedente.
Perciò questo articolo è da considerare come una appendice al primo, ben più ricco di informazioni e notizie che riguardano non solo Tavolara, ma anche Molara e il tratto costiero da Capo Coda Cavallo a Capo Ceraso.
_______
Porto San Paolo, il paese di fronte all’isola della Tavolara, dista dal porto di Olbia solo una ventina di minuti d’auto.
Domani è l’ultimo giorno del mio soggiorno sardo, alle ore 15,30 mi dovrò imbarcare sul traghetto Olbia-Livorno, perciò ho a disposizione mezza giornata per il giro dell’isola, … perchè no?! … ho deciso!
DOMANI SI VA A TAVOLARA!!!
Mentre preparo il kayak è ormai notte, ma la luna non è ancora sorta per rischiarare un poco la spiaggia di Porto San Paolo.
Poco dopo, aiutato dalla bussola che indica l’Est, attraverso il golfo di Porto San Paolo, nel quale sonnecchiano alcune imbarcazioni e raggiungo il promontorio che delimita a nord Cala Finanza, oltrepassato il quale, mi fermo su una magnifica spiaggietta a doppio arco contrapposto protetto da una piccola scogliera granitica, il luogo si presta alla mia sosta notturna.
- Dalla spiaggia di Porto San Paolo alla spiaggetta ho percorso in kayak da mare poco più di 1 Km.
_____________________
Il buio della notte non è assoluto e permette comunque di scorgere l’enorme ed inconfondibile sagoma del monte di Tavolara; con l’alba i dettagli del paesaggio progressivamente si arricchiscono di particolari.
A nord della spiaggetta ecco l’Isola Piana, dove eravamo sbarcati nel nostro precedente viaggio, ricordo le belle spiagge, i gabbiani sulle rocce rosse e l’acqua di un azzurrissimo candore.
- Tavolara è ad est, si naviga bene a vista, nonostante il sole all’orizzonte sia coperto da uno strato di nubi e così indirizzo la prua verso Punta La Mandria di Tavolara, la traversata è inferiore a 4 Km.
Poche pagaiate verso Tavolara ed ecco che in lontananza verso destra, al largo di Punta La Greca, individuo l’emergere dell’inconfondibile relitto della nave Chrisso, sempre più consumato dal mare.
Avvicinandomi a Tavolara, sulla mia sinistra ecco il golfo formato dallo Spalmatore di Terra, le poche luci sono ancora accese su questa unica parte abitata e non montuosa di Tavolara.
Questa zona è già stata raccontata nella mia descrizione del viaggio precedente.
_______________________
Raggiunta Punta La Mandria inizio a costeggiare la montagna calcarea di Tavolara.
La scogliera prosegue altissima, strapiombante ed inaccessibile per tutta la lunghezza di questo versante.
Arrivato alla boa gialla che delimita la zona A di protezione alla Riserva Marina Integrale, mi sposto al largo e continuo ad ammirare questa montagna gigantesca e selvaggia che si tuffa in un mare dal blu intenso, anzi il colore dell’acqua oggi è tenebroso, a tratti cobalto o quasi grigio, a causa di un cielo davvero plumbeo che oscura il sole.
Proseguo al largo della seconda boa gialla e raggiungo la terza che si trova sempre al largo in corrispondenza del promontorio nord-orientale dell’isola: Punta del Papa.
- Da Punta La Mandria alla boa gialla al largo di Punta del Papa ho percorso 6 Km.
Alla mia destra, in lontnanza l’Isola di Molara e l’isolotto di Molarotto mi hanno fatto compagnia.
______________________________
Dalla Punta del Papa inizia il breve tratto costiero rivolto a Nord-Est.
Il primo pezzo va fatto ancora al largo per i divieti della zona A, ma la navigazione distante permette di ammirare nella sua globalità una costa ancora molto montagnosa e ricca di particolararità come la caratteristica Punta del Papa e l’enorme Arco di Tavolara o Arco di Ulisse, sopra il quale, a poca distanza, il vecchio faro di Punta Papa domina il mare.
E’ un faro costruito nel 1861 e rimase in attività sino al 1922.
Sui monti, il paesaggio è segnato da alcune altissime antenne adibite alle comunicazioni radio di supporto ai sommergibili.
Superata l’ultima boa gialla è possibile tornare a costeggiore ed affacciarsi alla Cala di Levante.
La delusione è forte, Cala di Levante presenta vasti tratti cementificati con orribili muraglioni a mare, in altri punti sembra una baia sventrata da un cataclisma provocato dall’uomo. Qua e la si vedono gallerie che entrano nella montagna. Alcune orribili case prefabbricate, forse sono solo poco più che conteiner adibiti all’alloggio di operai e muratori che vi stanno lavorando o forse vi alloggiano i militari della base.
Proseguo verso Punta Timone: uno stupendo scoglio posto al vertice nord dell’isola.
- Da Punta del Papa seguendo le boe gialle e poi entrando in Cala di Levante e costeggiando fino a Punta Timone: 3 Km.
__________________________________
Doppiata Punta Timone, pagaio velocemente lungo il versante nord-orientale di Tavolara, lo avevo percorso interamente anche nel viaggio precedente.
Scatto alcune fotografie per ricordare che nel primo tratto ci sono sulla parete della scogliera dei cartelli che specificano “Zona Militare” e obbligano a pagaiare lontano dalla costa vietando assolutamente l’accesso all’interno della Cala di Ponente, il porto della base militare.
- Da Punta Timone, estremo nord di Tavolara, al Passetto, punta sud-orientale dell’isola, si percorrono oltre 7 Km.
____________________________________
A conclusione del giro dell’isola sbarco sulla spiaggia del Passetto, unica sosta fatta, utile per pranzare prima di affrotare la traversata conclusiva verso Porto San Paolo.

il Passetto non esiste più, oggi c’è una doppia spiaggia che congiunge l’isolotto all’estremo sud-occidentale di Tavolara
Questo estremo sud dell’Isola di Tavolara, è un poco cambiato rispetto a due anni prima, allora eravamo riusciti a passare oltre sfruttando i pochi centimetri di acqua che permettono ad un kayak di navigare. Oggi non è più possibile, i depositi di poseidonia hanno creato uno sbarramento che ne ha chiuso il passaggio. L’isoletta granitica, rifugio dei gabbiani, è ormai collegata a Tavolara da una doppia spiaggia di sabbia e alghe ed è divenuta la propaggine estrema dell’isola di Tavolara.
- Passando nelle vicinanze della costa sud di Isola Piana, dal Passetto di Tavolara allo sbarco nei pressi del molo a Porto San Paolo, pagaio ancora per 3,5 Km.
Arrivo a Porto San Paolo a mezzogiorno, carico il kayak sull’auto e raggiungo il Porto di Olbia.
Con estrema soddisfazione ho finalmente completato la circumpagaiata dell’isola di Tavolara.
____________________________________
- Totale trekking in kayak da mare: 25 Km.
_________
N.B. – Per altre e dettagliate informazioni su Tavolara in kayak da mare, vedere Isole TAVOLARA e MOLARA.
Capo TESTA e la VALLE DELLA LUNA
In Kayak da Mare alla
Valle della Luna
_______________
CAPO TESTA
Mediterraneo – Isola di Sardegna – Gallura
Mare di Sardegna – Bocche di Bonifacio
Collocato all’estremo nord della Sardegna, Capo Testa è quasi un’isola che delimita l’ingresso sud-occidentale alle leggendarie e temute Bocche di Bonifacio.
Il promontorio ha un perimetro di dieci chilometri che noi kayakers siamo in grado di circumpagaiare quasi completamente come fosse un’isola, in quanto è congiunto alla terra madre da un’istmo sabbioso largo poche decine di metri e facilmente accessibile da entrambi i versanti.
Navigare tra queste rocce è una grande emozione.
La bellezza è selvaggia, un vero gioiello naturale che trasmette sensazioni e sentimenti primordiali.
Le mastodontiche scogliere granitiche sono state modellate nei millenni dall’incessante vento che le ha scolpite in forme bizzarre e fantastiche.

il cartello lungo la strada che conduce da Santa Teresa di Gallura a Capo Testa, indica una serie di percorsi a piedi
L’istmo, che unisce Capo Testa all’isola di Sardegna, è situato tre chilometri a ovest dal paese di Santa Teresa di Gallura; in automobile, seguendo le indicazioni, lo raggiungiamo facilmente.
Ampi parcheggi sterrati consentono la sosta a pochi metri dalle spiagge sabbiose di Levante e di Ponente.
Prendiamo mare dalla spiaggia della Rena di Levante o Tibula o Rena dell’Istimu.
Dopo un tratto di bassa scogliera, nell’estremità occidentale dell’ampio Golfo di Levante, passiamo tra i graniti posti al largo della spiaggia di Zia Colomba.
Sulla collina, il villaggio turistico di Capo Testa e l’Hotel Mirage deturpando il paesaggio e da essi molti turisti si riversano sulla spiaggia sottostante.
Gli insediamenti turistici, sorti sul versante orientale, sono le uniche cementificazioni sul promontorio.
Più a occidente, probabilmente grazie anche alle vecchie servitù militari, la natura è quasi incontaminata.
Pagaiando tra scogli granitici arrotondati e levigati, scorgiamo la spiaggetta Rosa o dei Graniti; nei pressi, sdraiate vicino al mare, si trovano alcune colonne di epoca romana.
Nelle vicinanze di questa costa, si trovava il porto Romano di Tibula, dove il granito prelevato dalle Cave delle Pietre Tagliate (Li petri taddati) veniva caricato sulle navi, per essere portato nella Roma Imperiale.
Le pietre con cui è stato eretto il Phantheon arrivano da Capo Testa.
Nel Medio Evo, anche i Pisani, con questo granito, realizzarono molti colonnati delle loro chiese.
Oltrepassata Punta Acuta, costeggiamo la costa nord di Capo Testa in un crescendo di rocce alte e spettacolari, molte delle quali circondate completamente dal mare.
Da scogliera in scogliera, raggiungiamo la caletta rocciosa di Porto Sino e più avanti l’ampia baia di Cala Spinosa, dominata dal Faro di Capo Testa e coronata anch’essa da massi ciclopici.
Una spiaggia sabbiosa si trova sotto al parcheggio non lontano dal Faro ed è raggiungibile a piedi tramite un ripido sentiero. Un altro percorso scende alla baia dopo aver costeggiato la recinzione.
Il bianco Faro di Capo Testa è funzionante dal 1845, quando sostituì il vecchio faro, ancora osservabile a poca distanza.
Posto nell’ingresso sud-occidentale delle Bocche di Bonifacio, per la sua posizione strategica, il faro di Capo Testa svolge una funzione molto importante per la navigazione.
Allungando lo sguardo verso nord, in lontananza, tra il blu del mare e l’azzurro del cielo, a poco più di tredici chilometri, distinguiamo la Corsica, contraddistinta dall’inconfondibile linea bianca della scogliera di Bonifacio e poco più a est, le isole di Lavezzi e di Cavalli.
La costa occidentale di Capo Testa è il versante più isolato e selvaggio.
Sorprendente è l’isolotto delle Torpediniere, armoniosamente scolpito dalle forze naturali del mare e del vento.
Dopo le due spiaggette di Cala Francese, sopra le quali, dal mare, sorgiamo ancora la lanterna del Faro, proseguiamo tra stupefacenti graniti dall’aspetto lunare.
A sei chilometri dal nostro punto d’imbarco, approdiamo sulla spiaggia di Cala dell’Ea o dell’Acqua, porta d’accesso alla VALLE DELLA LUNA che, davanti ai nostri occhi, ci appare come un vero eden incontaminato.
Abbandoniamo i kayak sulla spiaggia composta da grossolani granelli granitici e ci incamminiamo tra le straordinarie formazioni rocciose.
Alla nostra sinistra ci sono le rocce della spettacolare Cresta dell’Indiano, mentre a destra, il promontorio granitico denominato Mano dell’Orso separa la Cala dell’Ea dalla Cala di Mezzo, dietro la quale si erge la Roccia del Dinosauro.
Altri ammassi granitici hanno assunto nomi molto evocativi: Torre Profallica, Corno di Rinoceronte, Musa Marina, Torre dell’Antro, Scoglio del Sole, Torre del Gabbiano Bianco e Stanco.
Tra tutte, la roccia più alta e imponente (m.127), detta La Turri o Il Teschio, è una splendida palestra per i free-climbing che affrontano i nove percorsi che si diramano sulla famosa Parete della Luna.
Ciascun percorso ha un nome:
Turbamento Inguinale, Seno di Luna, Cammino del Capo, Collo dell’Ortelli, Uccellacci Uccellini, Lama Tagliente, Pilastro di Corallo, Saluto al Sole, Rosso di Sera.
Scalare queste sculture naturali è un gioco meraviglioso, ma ci sono anche passaggi molto impegnativi e adatti solo a free climbing esperti ed attrezzati, in grado di superare difficoltà di 5° e a volte anche superiori al 7°.
Un breve e semplice trekking è però alla portata di tutti ed è veramente soave passeggiare tra fantastiche architetture tondeggianti, pareti forate e pinnacoli svettanti.
Graniti dalle sfumate colorazioni: grigio chiaro-rosa-arancio, a secondo dell’incidenza della luce solare, sembra giochino con le ombre e le luci e insinuandosi tra la vegetazione di un verde intenso, disegnando scorci sublimi.
Dalla spiaggia dell’Ea, percorriamo per 350 metri il sentiero di fondovalle e ci soffermiamo a un masso molto particolare, tagliato geometricamente per una lunghezza e una altezza di alcuni metri e collocato in modo quasi piramidale.
Lungo le linee di rottura, notiamo i solchi e i fori lasciati dagli antichi romani, i quali tagliavano queste pietre inserendo negli incavi dei paletti di legno che venivano poi bagnati e gonfiandosi, consentivano una regolare rottura.
Oltrepassati questi massi, il sentiero si inoltra tra i profumati cespugli della macchia mediterranea.
Un percorso a sinistra conduce al villaggio turistico di Capo Testa, a meno di un chilometro, mentre proseguendo verso destra, dopo seicento metri, si raggiungono le prime casette dell’altro villaggio turistico affacciato al golfo della Colba.
La Valle della Luna, dalla fine degli anni ’60 e per tutto il decennio successivo, fu un luogo molto frequentato degli hippies europei che alloggiarono nelle grotte e negli anfratti rocciosi.
Questa valle è un posto davvero inconsueto, solitario, maestosamente selvaggio e, avvolti dalla sua bellezza, ci svela tutta la follia e l’assurdità del nostro vivere quotidiano.
Un luogo ideale per la cultura hippie e non solo per essa.
Oggi, nonostante l’alta stagione estiva, la valle è poco frequentata.
Alcune grotte appaiono abitate e poche tende, sparse ai piedi dei picchi rocciosi, guardano verso il mare.
Forse c’è ancora chi vive qui tutto l’anno, in perfetta sintonia con la natura e grazie al ristoro di una sorgente d’acqua nascosta tra i cespugli.
Tra queste architetture, in questo luogo che appare davvero libero e incontaminato, si apprezza subito la sensazione di leggerezza derivata dall’essere, anni luce lontani dalla nostra grigia civiltà chiusa su se stessa.
Guardando il paesaggio, un’estasi e un sentimento di serenità ci pervade.
Avvolti dalla grandiosità del luogo, occorre fare uno sforzo di volontà per non rimanere irrimediabilmente stregati e riuscire a risalire nuovamente sui kayak.
Riprendendo a pagaiare, le intense emozioni non ci abbandonano.
Si susseguono ancora aspre scogliere a picco sul mare, numerose rocce affioranti e incantevoli insenature.
Cala Grande è l’ultima spiaggia occidentale poi, fino alla punta sud di Capo Testa, solo i graniti e i gabbiani accompagnano il nostro pagaiare.
Quando entriamo nell’ampio golfo della Colba o di Santa Reparata, le sensazioni provate nella Valle della Luna svaniscono definitivamente.
La scogliera della Funtanaccia è pregevole, ma profondamente diversa da quanto visto e vissuto nei minuti precedenti.
Infine, giunti alla candida sabbia dell’ampia Rena di Ponente (o della Taltana), tra la folla, le sdraio e gli ombrelloni, fatichiamo a trovare lo spazio utile per sbarcare.
Riprendiamo l’auto, lasciata in mattinata a pochi metri di distanza, al parcheggio nella baia di Levante.
L’incredibile ed affascinante paesaggio di Capo Testa, come fosse un angolo di paradiso, accarezzando dolcemente i nostri cuori, ci ha arricchito immensamente.
Jacopo e Marco Ferrario – Escursione in kayak da mare: 10 km.
L’acqua è un bene comune, non una merce!
www.acquapubblica.eu
UN MILIONE DI FIRME PER FERMARE LA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA, MANCA ANCORA LA TUA
L’iniziativa dei Cittadini Europei per chiedere alla Commissione Europea che le risorse idriche siano messe fuori dal mercato ed al riparo dai tentativi di privatizzazione ha superato il milione di firme.
È un risultato importante per contrastare la privatizzazione del servizio idrico voluta dalla Commissione Europea e rafforzare la battaglia per l’applicazione del referendum sull’acqua in Italia.
Per centrare l’obiettivo è necessario che in almeno 7 paesi si raggiunga la quota minima stabilita.
5 piccole azioni in 5 minuti per partecipare anche tu all’iniziativa:
1) Se non hai ancora firmato fallo al più presto cliccando qui
2) Se hai firmato convinci almeno altre due persone a farlo
3) Condividi sui social network la pagina www.acquapubblica.eu
4) Scarica qui la cover dell’ICE ed esponila sul tuo profilo facebook fino al 22 marzo
Aiutaci a trasformare l’acqua in un bene comune in tutta Europa.
Isola di CAPRAIA
Week-end di fine estate
pagaiando attorno all’ Isola di CAPRAIA
alla scoperta delle sue origini vulcaniche.
Mediterraneo – Italia
Mare Tirreno Settentrionale
Isola dell’Arcipelago Toscano
__________________
Il kayak da mare ci consente di avvicinarci con attenzione e delicatezza alle coste di Capraia.
E’ con il massimo rispetto per la natura dell’Isola che pagaiando sulle sue acque, entriamo a far parte del paesaggio vivendolo intensamente e con interesse e curiosità, comprendiamo ed apprezziamo la sua movimentata storia geologica.
Nove milioni di anni fa l’isola emerse dal mare sotto forma di lava e di magma.
Per due milioni di anni il vulcano rimase attivo, poi si spense, ma si risvegliò nel Pliocene, quando con una serie di terremoti e fratture si formò il cono vulcanico dello Zenobito che rimase attivo per un breve periodo.
Pagaiando sotto costa, si osservano gli affascinanti colori delle rocce e le diverse conformazioni delle scogliere che evidenziano l’inequivocabile origine vulcanica dell’isola.
Sullo strato di lava consolidata è cresciuta una macchia mediterranea che ricordo di aver visto, in primavera, esplodere in strepitose fioriture.
Capraia è quasi incontaminata.
La presenza della Colonia Penale (1873-1986) l’ha preservata dalla cementificazione e l’isola è rimasta abbastanza selvaggia e non presenta ancora segni evidenti di scempi edilizi, come invece si osservano nella vicina Isola d’Elba.
Dal 1989 Capraia è entrata a far parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, ma in questi ultimi anni la pressione turistica inizia a farsi sentire e a creare i primi problemi.
Il porto, che è stato ingrandito sacrificando la spiaggia, oggi occupa l’intera baia e d’estate offre riparo a troppe barche motorizzate che di giorno scorrazzano lungo queste coste.
Anche dall’Elba arrivano numerose imbarcazioni che cariche di turisti percorrono il perimetro dell’isola.
Le barche motorizzate inquinano l’aria e l’acqua ed emettono rumori che disturbano la pace e la tranquillità della fauna locale, ce ne rendiamo ben conto quando le incrociamo sulla nostra rotta.
E’ un modo di gestire il territorio e le acque di un Parco Marino Protetto che stento a comprendere, anzi, lo comprendo solo se si antepongono gli interessi economici a breve scadenza, a quelli di lunga scadenza, che sono poi i veri interessi di una zona protetta, cioè la conservazione e la salvaguardia della natura, preservandola per le future generazioni.
Un Parco Nazionale Marino, per certi aspetti, oggi è meno salvaguardato di un semplice parco di città. In un parco cittadino sono banditi tutti i veicoli motorizzati e inquinanti privati e non di servizio, mentre chiunque può liberamente accedervi a piedi o con piccoli veicoli che non emettono scarichi inquinanti e forti rumori.
Perciò, come in tanti parchi cittadini è possibile circolare in bicicletta, coi pattini, con gli skiroll o gli skeit; anche sul mare di un Parco Nazionale dovrebbero poter circolare liberamente solo le imbarcazioni a vela, le canoe, i kayak e ogni mezzo ecologicamente compatibile; certamente non i motoscafi, non i rumorosissimi acquascooter puzzolenti di smog e nemmeno gli yacht che spesso rilasciano in acqua chiazze oleose e non solo.
_________________________________________
Non è la prima volta che andiamo a Capraia, in passato abbiamo pagaiato più volte su queste acque, ma sempre nella stagione primaverile, la più bella per ammirare i vivaci colori della vegetazione.
Il primo di questi viaggi è stato raccontato dall’amico Luciano Belloni sulle pagine della rivista trimestrale “Il Kayak da Mare” (autunno 1998).
Durante quel viaggio
il forte vento e il mare mosso non ci permisero di fare il giro completo dell’isola.
-
A lato: le pagine del racconto di Luciano e la mia prefazione.
Cliccare sulle pagine per leggere.
__________________________________________________________________
L’Isola di Capraia ha un aspetto montuoso e culmina col Monte Castello (mt. 445).
Nell’unico centro abitato risiedono circa 350 persone. Qualche abitazione e alcuni negozi si trovano anche attorno al porto dove, nella Salata: lo stabilimento in cui i detenuti della Colonia Penale salavano le acciughe, è ospitata la sede del punto informativo del Parco.
Al molo arrivano i traghetti da Livorno e da Portoferraio (Isola d’Elba).
I venti sono spesso impetuosi ed è facile incontrare mare mosso lungo i tratti più esposti. Le possibilità di sbarco sono pochissime ed anche da terra la costa è poco accessibile presentandosi con pareti verticali e impressionanti, in particolare lungo il versante occidentale.
Una buona rete di sentieri e mulattiere, permettono l’esplorazione dell’isola, così, volendo, è consigliabile intervallare i trekking in kayak con altrettanto interessanti escursioni a piedi.
_________________________________________
Lasciamo l’auto parcheggiata nei pressi del Porto di Livorno e, col carrellino, portiamo i kayak nel garage del traghetto Toremar che parte alle ore 8,30 di sabato.
(andata e ritorno, due persone con due kayak, al costo di poco superiore le 60 euro).
Tre ore dopo siamo già a Capraia e sempre col carrellino usciamo dal traghetto per percorrere trecento metri e raggiungere un piccolo scivolo all’interno del porto e qui calziamo i nostri kayak.
Navigando tagliando i golfi, da promontorio a promontorio, si percorrono poco più di una ventina di chilometri, ma costeggiando scrupolosamente ed entrando nelle grotte i chilometri sono oltre trenta e a Capraia, per noi, è prioritaria la lenta navigazione esplorativa sotto costa.
____________________________________
Attraversiamo il porto e ci dirigiamo a nord, costeggiando l’isola in senso antiorario.
Dietro al molo di attracco del traghetto, dove un tempo c’erano solo scogli, è stata sistemata una spiaggia di ghiaia e un tavolato in legno per prendere il sole. Avrebbe potuto essere un comodo punto d’imbarco per i nostri kayak, ma in questo sabato di settembre la spiaggia è troppo affollata.
Dopo la Ripa Rossa e la Punta di Porto Vecchio entriamo nell’ampia cala omonima e osserviamo i rilievi affacciati al golfo, distinguendo i terrazzamenti ormai non più coltivati.
Punta della Barbice, che chiude a nord la Cala di Porto Vecchio, è frequentata dai gabbiani e dai Marangoni dal ciuffo che depositano i loro bianchi escrementi sugli scogli affioranti e in particolare sullo scoglio del Corso, il più alto sul mare.
A Punta del Vecchiaione ci soffermiamo in una grotta e poco oltre entriamo nella Grotta della Mortola.
A Cala Mortola ammiriamo la spiaggia sabbiosa, l’unica di tutta l’isola;
nei nostri precedenti viaggi, non abbiamo mai potuto godere di questo litorale, qui c’erano solo grossi ciottoli che rendevano troppo complicato lo sbarco.
Il mistero della spiaggia che appare e scompare si spiega con l’andamento delle mareggiate. In inverno i violenti venti da nord-est scatenano burrasche che spazzano la sabbia portandola nei fondali della baia.
In estate invece, il vento dominante è il Libeccio, e così, la corrente che si forma durante le libecciate, ricrea la spiaggia sabbiosa.
Sapendo che non ci saranno altre comode possibilità di sbarco, approfittiamo di questo miracolo della natura per una breve sosta e un bagno in acque limpide.
Riprendiamo i kayak e fatti pochi metri ci ritroviamo a pagaiare davanti a spettacolari rocce tafonate e poi, ai piedi delle scogliere delle Frane dei Neri e della Botte, dove la roccia, geologicamente molto interessante, è intensamente colorata da striature orizzontali rosso-arancio.
Lo scalo della Teglia è posto ai piedi della Torre della Regina che svetta sul monte della Punta della Teglia, estremo nord dell’isola. La Torre, l’unica dell’isola a pianta quadrata, risale al 17° secolo e fu eretta dai genovesi per sorvegliare il tratto di mare che guarda verso l’isola di Gorgona, la Toscana e Capo Corso.
Al largo di Punta Teglia gli scogli delle Formiche sono frequentati dagli uccelli marini.
Oltrepassato il capo a nord dell’isola, in lontananza scorgiamo, verso ovest, i monti di Capo Corso. La Corsica non è poi così lontana, da qui sono meno di trenta chilometri.
La scogliera occidentale di Capraia ci appare subito alta e strapiombante in mare.
Nella zona del Dattero, in quota crescono le palme nane.
Più a sud, lo scenario è caratterizzato da grotte e frane
e poco dopo il promontorio dell’Acquissucola entriamo nella Grotta omonima.
Dopo Punta Seccatoia la costa scoscesa è molto frastagliata e noi ci divertiamo a zigzagare tra i numerosi scogli affioranti.
A Punta Manza le rocce tafonate dall’azione erosiva del vento sono spettacolari, le contempliamo mentre passiamo tra il promontorio e un grande scoglio frequentato dai cormorani.
Dopo il Seno della Peruccia, una stretta fenditura si insinua spezzando Punta Recisello.
Più avanti arriviamo a uno spettacolare pinnacolo roccioso che si protende in mare e in cui si apre un arco naturale, è lo Scoglio del Reciso che precede la cala omonima.
La costa prosegue verticale e spettacolare anche a Punta e a Cala del Fondo, con rocce tafonate in cui nidificano i corvi imperiali.
L’Isolotto di Peraiola (o dei Gabbiani) è alto 34 metri e presenta una scoscesa costa occidentale, su esso nidificano i gabbiani reali.
Nella Cala del Vetriolo, tra falesie, tafoni e sculture naturali scolpite dal vento nella roccia lavica, si insinua una piccola grotta con doppio ingresso.
A punta Trattorio proseguono le falesie tafonate. In alto, a 167 metri, scorgiamo un faro, è l’unica traccia di intervento umano lungo la costa occidentale.
Nella zona delle Cote, è necessario pagaiare scrupolosamente sottocosta per scorgere, dietro ad uno sperone roccioso, l’ingresso della Grotta della Foca, frequentata dalla foca monaca fino ai primi decenni del ventesimo secolo. Sul fondo della grotta c’è una spiaggetta ciottolosa.
Dopo la lunga costa del Sondaretto, a Punta Linguelle incontriamo numerosi gabbiani reali
e oltre il promontorio si trova l’impressionante fenditura delle Cantine.
Nell’ampia Cala del Moretto osserviamo le sovrapposizioni di colate laviche caratterizzate da strati rocciosi di differenti colori.
La Calanca del Sordo è ai piedi dell’antica Torre dello Zenobito (mt.81), posta sul promontorio dello Zenobito, estrema propaggine meridionale dell’isola. La Torre, osservabile anche da Cala Rossa, è databile al 16° secolo e oggi appare abbandonata sullo sperone roccioso ed esposta da secoli all’erosione dei venti, ha assunto un aspetto inquietante, inserendosi perfettamente in questo paesaggio estremamente selvaggio.

Isola di Capraia - costa sud-occidentale - Punta dello Zenobito - lo scoglio della foca che sale sulla scogliera
Doppiata Punta Zenobito, ci troviamo a pagaiare in quello che cinque milioni di anni fa era un condotto vulcanico in piena attività e oggi, aperto verso il mare, prende il nome di Cala Rossa.
Qui la falesia a picco sull’acqua è molto particolare e unica, dal netto contrasto cromatico: per un terzo bianca-grigia e per due terzi rossa-amaranto, posta tra l’azzurro del cielo vivacizzato da piccole e sfumate nubi bianche e il blu-cobalto del mare.
Ricordo che in primavera la cromaticità della baia è ulteriormente arricchita dal colore verde-argentato della Cineraria e sopratutto dai suoi numerosi fiori di un bel giallo intenso.
Ci intratteniamo a lungo a contemplare e godere del paesaggio di questa baia; prima, prestando attenzione ai numerosi scogli affioranti, pagaiamo sotto la scogliera, poi ci spostiamo al largo, per ammirarla nella sua totalità. Il mare un poco mosso rende più divertente l’esplorazione e le onde donano dinamismo alla superficie dell’acqua.
Punta Rossa, con le sue rocce laviche di color rosso scuro, chiude la baia.
Proseguendo sotto costa, è sempre con estremo interesse che continuiamo ad osservare l’evoluzione geologica dell’isola.

Isola di Capraia - costa sud-orientale - in kayak da mare navigando sulle onde verso Punta del Turco
Vicino allo scoglio del Gatto ecco la Grotta del Sale, ma le onde rendendo difficoltoso l’ingresso e perciò proseguiamo oltre.
Punta del Turco è riconoscibile per le rocce grigie fessurate verticalmente, le quali fanno da scenografia al volo dei gabbiani; mentre, il promontorio successivo, è frequentato dal falco pellegrino e dai corvi imperiali.
Passiamo poi ai piedi di un grosso scoglio di roccia vulcanica che si eleva dal mare ed è molto frequentato dagli uccelli marini.
Impressionanti pareti laviche si susseguono e assumono aspetti molto suggestivi a Punta Patello e sopratutto dopo la Cala del Ceppo (raggiungibile anche tramite un sentiero) e a Punta della Cividata, dove la scogliera vulcanica si eleva per oltre duecento metri.
La Costa delle Capre è caratterizzata da colate laviche fratturate verticalmente e sulle pendici del monte si intravedono antichi muretti a secco e terrazzamenti agricoli da tempo abbandonati.
In un tratto di costa tafonata, un caratteristico scoglio lavico si è piegato su se stesso e attira la nostra attenzione, lo fotografo, ma non mi sono accorto che uno schizzo d’acqua marina ha sporcato l’obbiettivo e così l’immagine è inutilizzabile, peccato.
Siamo ormai a Cala Zurletto, nella quale scende un sentiero.
I fichi d’india svettano sulla scogliera di Punta Bellavista o della Fica e poco oltre ecco la caratteristica Torre del Bagno: risale al 15° secolo ed è collocata accanto all’antico scalo che un tempo serviva da approdo per accedere al sovrastante Forte di San Giorgio.

Isola di Capraia - il vecchio convento di Sant'Anatonio si affaccia sulla cala omonima - a destra il Faro di Capraia e a sinistra la Torre del Porto
Dopo le chiare rocce tufacee e di pomici, c’è una grotta franata, e poi ecco la Cala San Francesco, ai piedi del vecchio convento di Sant’Antonio.
Raggiungiamo le nere rocce di Punta del Fanale o di Ferraione, in alto svetta l’inconfondibile e bianchissimo Faro, mentre a mare, collocata su uno scoglio, si trova la Statua di Cristo Re che benedice tutti i marinai.
Anche su queste rocce volano i gabbiani e i cormorani mentre, oltre il promontorio, all’ingresso del golfo del Porto, i corvi imperiali volteggiano tra le scogliere e la Torre del Porto.
Costeggiando il golfo, arriviamo in località La Grotta, dove è stato ricavato sulla scogliera uno spazio organizzato con un tavolato adibito alla balneazione. Poi entriamo in un porto-canale e raggiungiamo il ponte della strada che porta in paese.
Ritornati nel Porto, lo attraversiamo per sbarcare alla spiaggia dei Frati, posta a nord accanto al molo del traghetto. Ormai la zona è in ombra e i bagnanti l’hanno abbandonata.
Al tramonto, mentre Zonno preferisce recarsi in campeggio, riprendo il kayak per realizzare un sogno: raggiungere, tre chilometri più a nord, la Cala della Mortola per trascorrere la notte bivaccando sulla magica e famosa spiaggia che scompare e riappare.
Nella baia non sono solo, alcune barche hanno gettato l’ancora per trascorrere la notte sulle placide acque del golfo.
La spiaggia è cosparsa di tronchi e rami portati dal mare, così evito di montare la tenda e approfitto della legna per organizzare un bivacco che mi ripari dall’umidità notturna.
Trascorro la notte in compagnia di luna e stelle e al primo albeggio mi tuffo in mare per una nuotata in assoluta libertà e in totale comunione con la natura che mi circonda, poi, faccio colazione, rimetto tutto nei gavoni e via !
un altro giro dell’isola mi attende, questa volta in senso orario.
La prospettiva è cambiata ed è quasi come fare un trekking marino in una nuova isola. Il sole illumina diversamente la costa, valorizzando le zone che il giorno precedente erano in ombra. Intercalando la navigazione sotto costa con tratti di navigazione al largo, ho potuto così godere di un paesaggio non ripetitivo, ammirando sia nuovi pregiati dettagli, che la panoramicità complessiva.
Rientro al Porto nel primo pomeriggio e ritrovo Zonno reduce da un’escursione a piedi all’interno dell’isola.
La nave della Toremar è già al molo d’imbarco, ma abbiamo ancora tutto il tempo per fare una breve passeggiata in paese e raggiungere Punta Belvedere dove c’è un meraviglioso balcone affacciato al mare Tirreno.
Dal porto, la strada asfaltata sale per ottocento metri e finisce nel paese di Capraia Isola, ma noi percorriamo la mulattiera lastricata di origini romane, che sale ripida attraverso la verde macchia mediterranea impreziosita dalle bacche violacee del mirto.
Il Paese è costruito sopra al promontorio di Punta Ferraione ed è dominato dal Castello di San Giorgio, posto a strapiombo sul mare.
Tra il Castello e Punta Belvedere, un sentiero scende alla suggestiva Torretta del Bagno, ma non c’è tempo per altre escursioni, tra poco più di un’ora la nostra nave parte per Livorno.
Sbarchiamo a Livorno quando il sole è ormai tramontato.
___________________
Ho cercato di raccontare Capraia vista dal kayak, ma sono le fotografie (sebbene scattate con una semplice macchina digitale compatta e durante una navigazione non sempre tranquilla, perciò in movimento e tra spruzzi d’acqua che bagnano l’obbiettivo) che più di qualsiasi parola, esprimono tutto il fascino e la ricchezza naturalistica di questo policromatico smeraldo mediterraneo.
Trekking in kayak da mare di Marco Zonno e Marco Ferrario
Fotografie e testo di Marco Ferrario
Arcipelago di LUSSINO
In kayak da mare, esplorando e bivaccando tra le isole del Golfo del Quarnaro (Quarnero) che si protendono verso il mare aperto.
Arcipelago di Lussino (Losinj)
Mediterraneo
Mare Adriatico Settentrionale – Croazia
Introduzione.
Ricordo il primo viaggio a Lussino, pochi anni fa. Trascorremmo alcuni giorni pagaiando sotto una costante pioggia, montando e smontando tende di giorno in giorno sempre più inzuppate d’acqua. Al terzo giorno, col meteo che annunciava ancora pioggia, sospendemmo il nostro viaggio. Quei giorni hanno comunque lasciato un ricordo di luoghi affascinanti, ricchi di una vegetazione rigogliosa e di un mare davvero cristallino, nonostante il riflesso grigio di un cielo sempre scuro.
Abbiamo cercato di immaginare i colori di questo arcipelago in giornate di sole; l’immaginazione sommata all’irrefrenabile curiosità di esplorare le isole più lontane disseminate al largo del mare Adriatico, ha fatto crescere in noi il desiderio di affrontare un nuovo viaggio verso queste isole; ma la decisione di partire è stata improvvisa.
Fino a due giorni prima della nostra nuova partenza, i progetti erano quelli di fare un trekking marino all’arcipelago di Hyeres, nella Francia mediterranea, ma le previsioni meteo marine non sembravano incoraggianti, la burrasca prevista sul Golfo del Leone avrebbe condizionato il mare ad est, interessando anche le isole Hyeres, inoltre i forti temporali previsti avrebbero contribuito a complicare ulteriormente il nostro viaggio, e allora … consultando con attenzione le mappe meteo-marine del Mediterraneo, notammo che la vasta perturbazione che avrebbe condizionato la fascia geografica che dalla Francia, attraverso il nord Italia raggiunge la penisola Istriana e i Balcani, lasciava, come spesso accade, una zona di alta pressione sulle isole Adriatiche più lontane dal litorale croato, dove il clima risente maggiormente del benefico influsso marino.
Un rapido consulto tra noi e alla vigilia della partenza decidiamo di cambiare la meta del nostro viaggio: il sole dell’Arcipelago di Lussino ci attende.
I giorni a nostra disposizione che erano più che sufficienti per esplorare le Isole Porquerolles, a Lussino ci costringono a tappe molto intense per poter effettuare un trekking nautico completo dell’intero arcipelago. Ideale sarebbe stato avere a disposizione ancora un paio di giorni per effettuare qualche piacevole escursione a terra e tappe in kayak più brevi; ma il nostro viaggio è stato comunque molto soddisfacente.
Anticipiamo la partenza in piena notte e al mattino siamo già in Istria, pronti per imbarcarci con l’auto sul traghetto Jadrolinija che dallo scalo di Brestova conduce a Porozina, sull’Isola di Cres (Cherso).
Ci sono una dozzina di corse giornaliere che in venti minuti attraversano il Golfo del Quarnaro nel punto in cui è più stretto e dove l’Isola di Cherso (Cres) è più vicina alla penisola Istriana.
Sbarcati a Porozina, percorriamo la buona strada di montagna che percorre l’Isola di Cres da nord a sud. Fatti poco meno di una sessantina di chilometri in circa un’ora, arriviamo a Osor, da dove, secondo i nostri progetti, avremmo dovuto mettere i kayak in acqua, ma il mare è mosso e c’è molto vento da nord per cui le onde frangono lungo la costa nord di Lussino, non avremmo certo potuto esplorarla con tranquillità. La Bora, che ha un poco perso la forza dei giorni precedenti, ora soffia da nord, è un annuncio di tempo migliore per le prossime ore.
Prima del ponte sul canale di Osor, imbocchiamo una deviazione a destra e ci fermiamo nel parcheggio sterrato vicino alla spiaggia ad osservare il mare. La spiaggetta ai nostri piedi avrebbe dovuto essere la nostra base di partenza, invece decidiamo di riprendere l’auto, oltrepassare il ponte sul canale e arrivare così sull’Isola di Lussino.
Il ponte stradale girevole di Osor si apre tutti i giorni alle ore 9 e alle ore 17 per consentire alle imbarcazioni di passare da un versante all’alltro riducendo considerevolmente i tempi di navigazione ed evitando così alle barche la circumnavigazione dell’isola. La corrente nel canale è piuttosto intensa.
L’ARCIPELAGO DI LUSSINO
Nell’altichità le isole di Cherso e Lussino erano unite in un’unica isola dal nome di Apsyrtides (oggi è il nome attribuito a tutto l’arcipelago nord Adriatico).
Apsyrtides, da nord a sud, si allungava per un centinaio di chilometri separando il golfo del Quarnaro da quello del Quarnarolo. Ad Osor, nel punto più stretto dell’isola, i romani scavarono il canale che scompose Apsyrtides nelle due isole di Cherso e Lussino.
Dopo la caduta della Repubblica Marinara di Venezia, le isole passano sotto la dominazione Austro-ungarica, poi dal 1918 al 1943 sotto l’Italia, nel 1945 furono annesse alla Jugoslavia e infine dal 1991 fanno parte della Croazia.
L’Isola di Lussino ha una lunghezza di 33 km. e un perimetro costiero di 113 km.
Nella sua parte settentrionale si trova la montagna più alta dell’arcipelago: Televrin (Osorscica) di 588 metri.
Le altre isole più significative, sulle quali abbiamo fatto campeggio nautico sono:
Ilovik (isola dell’Asinello) che ha un perimetro 14 km.,
Susak (Sansego) con un perimetro di 12 km.
e Unije, la più grande dopo Lussino, con un perimetro di 37 km.,
inoltre siamo sbarcati sulle Isole Canidole (Vele e Male Srakane), dai perimetri rispettivamente di 7,5 km e di 4 km.
e abbiamo sostato sulle isole di Vele e Male Orjule con perimetri rispettivamente di 6 e 4 km..
L’arcipelago è composto anche dall’isola di Sv. Petar (San Pietro) che ha un perimerto di 6,6 km., dall’isola di Koludarak con perimetro km.5,5, dalle isole di Kozijak, di Murtar e da altri isolotti minori.
La costa dell’arcipelago è molto articolata e ricca di scogliere nelle quali si insinuano baie e spiagge spesso solitarie e selvagge.
Il mare è particolarmente pulito, limpido e cristallino, e la terra è arricchita da una rigogliosa vegetazione.
L’unico aspetto negativo sono i rifiuti plastificati scaricati dal mare sopratutto nelle cale più esposte alla bora (nord/est).
Dal ponte sul canale di Osor, la strada conduce ancora più a sud. La percorriamo per una ventina di chilometri e dopo mezz’ora ci fermiamo in località Privlaka, presso la spaccatura artificiale che congiunge il Canale di Lussino con il golfo del Porto di Mali Losinj. Il piccolo canale di Privlaka permette alle imbarcazioni di passare tra i due versanti dell’isola. Il ponte stradale che lo scavalca è girevole e viene aperto alle ore 9 e alle ore 18 per far passare le barche, restando aperto per circa mezz’ora, tranne quando soffia forte la bora o quando le onde portate dallo scirocco entrano impetuose nel canale creando una corrente di diversi nodi che renderebbe troppo rischiosa la navigazione.

Isola di Lussino - la spiaggetta nei pressi del canale di Privlaka - luogo di partenza e arrivo del nostro trekking nautico (E)
Subito dopo il ponte sul canale, sulla sinistra, c’è uno sterrato che per noi è un comodissimo parcheggio libero dove lasciamo l’auto in sosta dal 2 al 5 giugno 2011.
La minuscola spiaggia tra le rocce, ai piedi del nostro parcheggio, è comoda per l’imbarco, ma prima di calzare i kayak facciamo una passeggiata sul lungomare di Mali Losinj, che dista poche centinaia di metri e ci fermiamo a pranzare.
Sul finire del 19° secolo il piccolo paesino di Mali Losinj (Lussinpiccolo) divenne una importante città commerciale e marinara sede di una scuola nautica e di cantieri; capitani ed armatori costruirono qui le loro dimore. Nel secolo scorso la ricca aristocrazia e nobiltà austro-ungherese realizzò sontuose ville e grandi parchi, contribuendo a trasformare la zona di Mali Lusjni in un rinomato centro turistico. Il più grande centro abitato delle isole adriatiche, che oggi conta 7000 abitanti, in primavera e in autunno è un paese tranquillo, ma si affolla notevolmente nei mesi di luglio e agosto. E’ frequentato da persone che amano il mare e il contatto con la natura; appassionati di trekking terresti e nautici e di naturismo, trovano su quest’isola un ambiente ideale per escursioni nel verde delle pinete o nell’azzurro delle sue acque, oppure amano rilassarsi sulle spiagge e sulle scogliere assolate.
La BORA
Per navigare nel Quarnaro è necessario essere coscienti che la situazione meteo può essere molto mutevole e impetuosa a causa della Bora, il temibile vento che scende dalle Alpi e scontrandosi coi massicci montuosi nell’entroterra di Abbazia (Opatija) e di Fiume (Rijeka) si tuffa con violenza nelle acque del golfo del Quarnero, raggiungendo la forza di un’uragano.
Prima dell’arrivo della Bora le vette dei monti sopra Fiume e Abbazia si coprono di caratteristiche nubi, all’intensificarsi di queste nubi anche il vento aumenta la sua intensità e dalla bonaccia si può passare in poco tempo a venti di oltre 100 km/h che sollevano un mare con onde corte, incrociate e frangenti e nell’acqua si creano vortici e correnti di 4-5 nodi.
La Bora proviene dal 1° quadrante, nasce a Nord/Est e se porta cielo sereno si sposta a Nord, mentre annuncia il cattivo tempo quando si sposta a Est.
Quando la Bora inizia con cielo coperto diminuisce la sua forza solo quando sarà tornato il sereno, quando invece inizia col cielo limpido, annuncia una perturbazione in arrivo.
D’inverno è sconsigliabile programmare lunghe escursioni in kayak in quanto la Bora è un fenomeno frequente e può durare anche un paio di settimane consecutive, anche se quella con forza d’uragano dura un paio di giorni.
In estate la Bora è meno frequente e comunque non dura più di un paio di giorni.
La sua maggiore forza è al mattino verso le ore 9 e al pomeriggio dalle ore 18 fino alle ore 22; di solito a mezzogiorno e a mezzanotte si attenua o scompare.
La Bora essendo un vento che cade dall’alto abbattendosi sull’acqua, raggiunge la sua massima violenza sottocosta ai piedi delle montagne, perciò è meglio evitare di rifugiarsi nelle baie prive di vegetazione o con alberi contorti, sono quelle dove la Bora picchia più forte.
L’altro vento importante è lo Scirocco che arriva da Sud/Est portando cattivo tempo e onde alte e potenti che si formano percorrendo da sud tutto l’Adriatico e scaricano la loro forza nel Quarnaro e ancor di più nel Golfo del Quarnarolo e in mare aperto.
Contrariamente alla Bora, lo Scirocco è un vento moderato e il mare prima di arrivare in burrasca, si forma gradualmente lasciando tutto il tempo per cercare un rifugio sicuro. Si trasforma in burrasca non prima dei due giorni dal momento in cui inizia a soffiare; in inverno può durare molti giorni mentre in estate non supera il terzo giorno.
Prima di intraprendere una escursione in kayak è sempre importante ascoltare il bollettino del mare, lo è ancor di più quando si naviga nel Quarnaro.
Il VHF in lingua italiana va sintonizzato sul canale 68, oppure sul canale 69 e 73 in lingua croata intervallata dall’inglese.
1° giorno – Dall’Isola di Lussino all’Isola di Ilovik passando per le Isole Oriule
Pochi metri separano l’auto parcheggiata dalla piccola spiaggia di Privlaka, dove prepariamo i kayak per quest’avventura.
E’ ormai pieno pomeriggio quando iniziamo a pagaiare verso sud costeggiando la sponda orientale dell’isola di Lussino. Il cielo è grigio e il mare non è mosso come avevamo visto ad Osor poche ore prima.
Le prime baie non sono poi così interessanti e sono urbanizzate, Zagazinjinee e Bojcic (San Martino) fanno ancora parte della cittadina di Mali Losinj, come anche la baia di Baldarka nella quale la costa nord offre riparo dalla bora.
La Baia di Curna anticipa la profonda insenatura in cui è adagiata la cittadina di Veli Losinj (Lussingrande).
Lussingrande è l’insediamento più antico dell’isola e il suo splendore risale ai tempi della Repubblica di Venezia (1700) quando si sviluppò rapidamente con una numerosa flotta di velieri che navigarono anche in Sud America e in Australia.
Oggi Lussingrande conta un migliaio di abitanti ed è stata abbondantemente superata da Lussinpiccolo.
La stretta baia del porticciolo rientra profondamente nel cuore della cittadina ed è contornata da case con facciate vivaci e colorate, sulla sinistra c’è la grande chiesa barocca di Sant’Antonio Abate che contiene importanti opere d’arte, mentre sull’altra sponda, da sopra ai tetti delle case, scorgiamo l’antica torre, oggi adibita a museo della marineria.
Gli armatori e i capitani portarono nei giardini delle loro ville di Lusingrande centinaia di piante, provenienti da tutto il pianeta e perciò molto diverse tra loro.
Più a sud ma adiacente a Lussinpiccolo c’è la baia di Rovenska che possiede un porticciolo affascinante sul quale si affacciano alcune piccole e antiche casette in pietra. Le barche dei pescatori sono lungo i due moli e se si sbarca si può visitare il vecchio mulino dove venivano macinate le olive.
Rovenska è caratterizzata anche dalla grande spiaggia di Barakuda, molto frequentata, e delimitata da un lungo molo oltrepassato il quale inizia un tratto costiero più selvaggio e poco frequentato perchè raggiungibile solo da sentieri in mezzo al bosco. Le insenature di Javorna, di Kriska, di Jamna e di Bocina hanno spiagge ghiaiose. Raggiungiamo la baia di Porat di Trasorke, di fronte all’isoletta di Trasorka, inserita in un paesaggio ancora più bello.

sosta all'isola di Male Orjule - sullo sfondo, sovrapposte le isole di San Pietro e di Ilovik, l'isola di Kozjak a destra
Passando vicino all’isola di Trasorka, attraversiamo il canale di Oriule e raggiungiamo lo stretto che separa le isole di Vele Orjule e di Male Orjule. In questi fondali, nel 1999 fu ritrovato Apoxyomenos, la magnifica statua bronzea raffigurante un giovane atleta greco che oggi si può ammirare nel museo di Mali Losinj.
Ci fermiamo a Male Oriule per qualche minuto prima di affrontare la traversata verso sud che ci porterà sull’Isola di Ilovik.
Pagaiando verso Ilovik, vediamo alla nostra destra, in lontananza, l’isolotto di Kozjak, e poco prima di arrivare all’isola di Ilovik, passiamo a sud/est dell’isola di San Pietro.
San Pietro (Sv Petar) è separata da Ilovik dal canale di Ilovacha Vrata, lungo un paio di chilometri e largo 200 metri o poco più , serve da porto naturale ed è protetto da tutti i venti tranne che dallo scirocco. A metà canale, sorge il paese di Ilovik (170 abitanti), con un porto frequentato dai diportisti e dai pescatori locali. Nel paese, visitato durante il mio precedente viaggio, ci sono alcuni ristoranti, un panificio e un negozio con il necessario.
Sull’isola di San Pietro si trovano: il cimitero di Ilovik, i ruderi di un abazia benedettina risalente all’11° secolo e i resti di una fortezza bizantina, forse sarebbe stato interessante sbarcare per una visita.
Ilovik è l’isola più meridionale dell’arcipelago lussiniano. E’ un’isola molto verde, con querce, pini di Aleppo, eucalipti, orti, vigneti, palme, oleandri e abbellita da molti altri fiori. Lungo il suo perimetro di km. 14 si aprono numerose baie spesso arricchite da piacevoli spiagge.
Doppiato Capo Radovan, a sud/est dell’isola, proseguiamo oltre la baia di Kovaceva e costeggiamo il golfo di Parzine, in fondo del quale si trova la spiaggia più ampia ed accogliente, dove decidiamo di fermarci per allestire il nostro campo sistemando le tende sulla sabbia.
E’ ormai tramontato il sole quando vediamo sbucare in spiaggia alcune persone, arrivano dal paese di Ilovik, raggiungibile da un sentiero che in un paio di chilometri attraversa l’isola, hanno fatto provviste e ora tornano a trascorrere la notte sulla loro barca ancorata nella pace di questa stupenda baia.
-
Primo giorno (pomeriggio) – percorsi in kayak Km. 25
2° giorno – Dall’Isola di Ilovik all’Isola di Susak passando per l’Isola di Lussino
La baia di Parzine è ancora in ombra quando ci svegliamo. Le pecore che stanno liberamente pascolando ai bordi della spiaggia, appena usciamo dalle tende, si allontanano precipitosamente.
Dopo un rigenerante tuffo in mare e l’indispensabile e rilassante rito dell’abbondante colazione, smontiamo il campo e siamo nuovamente in acqua a pagaiare lungo il versante sud-occidentale dell’isola di Ilovik, caratterizzato dal susseguirsi di insenature molto selvagge.
Tra la bassa scogliera bianca che separa il mare dal bosco scorgiamo alcune spiaggette, la prima che incontriamo è Parknu, la più grande, alla quale seguono Zemljacic, Totivna, Garbokibocac, Kraljevica, Siroki, Vela Draga, Mala Draga e Nazdre, puest’ultima ormai rivolta a nord guarda verso Lussino.
Da Punta Nozdre alla costa di Lussino c’è una breve traversata di km. 1,6. Alla nostra destra vediamo l’ingresso del canale di Ilovacha Vrata , l’Isola di San Pietro e l’isola di Kozjak.
Arrivati sulla sponda opposta ci soffermiamo a fotografare la bella scogliera e l’ansa di Pecina. Alcuni mufloni, che si erano spinti tra le rocce più vicine al mare, fuggono alla nostra vista.
Poco più a est, la baia di Mrtvaska ha il molo costruito con pietre ricche di fossili che in questa parte dell’isola abbondano, da questa baia, raggiungibile anche dalla strada, partono le barche che collegano Lussino con Ilovik.
Balvanida e Krivica sono le insenature più articolate e profonde, in esse diversi natanti trovano un rifugio sicuro.
Non tralasciamo nessuna di queste baie, il tempo trascorre velocemente mentre le contempliamo. A volte sbarchiamo per fare un bagno in mare in totale libertà. Altre volte ci fermiamo ad osservare l’intensa attività delle colonie di gabbiani lungo la scogliera, o i cormorani tuffarsi in acqua o spiccare il volo al nostro passaggio, mentre i rapaci volano alti nel cielo blu.
Quando al largo passa un battello, scorgiamo dietro la sua scia, alcuni delfini che guizzando veloci, sembrano giocare all’inseguimento e svaniscono in un baleno.
L’ultima sosta la facciamo a Vela Draga, per cucinare il pranzo.
Più a nord di Mala Draga iniziano le spiagge e le scogliere più affollate, sotto le fitte pinete ci sono i campeggi affacciati al mare e altre strutture turistiche di cui alcune sono specificatamente per naturisti.
Nella zona della baia di Suncana (Val di Sole) gli scogli piatti sono bellissimi ma molto frequentati dai bagnanti.
Dopo la Val di Sole ecco il golfo di Cikat (Porto Cigale) avvolto da una lussureggiante vegetazione che non siesce a nascondere tutti gli alberghi posti in fondo e attorno alla baia. Le spiagge del golfo sono adibite a stabilimenti balneari. Sul promontorio che chiude Cikat a sud , non lontano dal faro, c’è la cappelletta dell’Annunziata, eretta per proteggere i marinai Lusiniani.
Dalla baia di Cikat affrontiamo la traversata marina più lunga del nostro viaggio: 11 chilometri di mare aperto ci separano dall’Isola di Susak.
Il mare è poco mosso, il vento debole e la visibilità buona, si naviga a vista, senza la necessità di consultare la bussola.
Giungiamo a Susak (Sansego) e da punta Kurilca in senso antiorario ne percorriamo il perimetro (km.12).
Osservando la costa notiamo subito la diversità con Lussino. A parte il mare sempre molto trasparente, sulle rocce calcaree della scogliera è depositato un ammasso sabbioso sul quale crescono vasti canneti e nell’interno, un tempo più di oggi, filari di viti per il pregiato vino locale.
Doppiata Punta Zomoracna, sbarchiamo nella baia di Porat, è molto bella e davvero invitante per una indimenticabile nuotata, anzi, più che nuotare, ci sembra di volare su quest’acqua tanto trasparente.
Tutto il versante rivolto a sud-ovest di Susak guarda verso il mare aperto, da qui non si vedono altre isole, è molto selvaggio e a parte le capre e gli uccelli marini non ci sono altri segni di vita.
Dopo la baia di Suzaski e doppiata Punta Margarina, si presenta il versante sud-orientale caratterizzato dalle rocce di cala Tijesni, poi oltre il promontorio di Arat raggiungiamo la spiaggia di Bok e oltrepassato un ultimo promontorio entriamo nel golfo di Dragoca dove sbarchiamo sulla spiaggia del paese di Susak.
Ci fermiamo a chiaccherare con un anziano abitante, parla un buon italiano con accento veneto, è un Istriano di Umago che qui ha una seconda casa e viene a godersi la tranquillità e la bellezza primaverile. Ci racconta che cnquant’anni fa il paese era molto più abitato e si coltivavano molti vigneti che producevano un gran vino apprezzato già ai tempi della dominazione romana.
Susak oggi è abitata da meno di duecento persone. Molte sono le case disabitate e in cattive condizioni, mentre altre sono stare ristrutturate recentemente e adibite a scopi turistici. Negli anni sessanta ci fu una grande emigrazione verso l’America e oggi a Hoboken, un sobborgo di New York vivono 2500 Sansegoti, molti dei quali durante l’estate ritornano alla loro isola portando ricchezza e usanze americane.
I servizi in paese sono essenziali: ci sono un paio di negozi di alimentari, la Casa degli Anziani, la Casa degli Emigrati, la Casa della Cooperativa che appare un poco trascurata, forse abbandonata, due o tre ristoranti e un paio di bar, tutto qui.

Sotto le stelle, sulla spiaggia di Bok (Isola di Susak) - Il sonno dell’Inuit Ettore accanto al suo kayak, con l’inseparabile accappatoio Versace sulle gambe.
Mentre torniamo verso la spiaggia vediamo che al molo arriva la nave che collega l’isola con Lussino, invece il catamarano che parte da Fiume arriverà a Susak al mattino seguente.
Riprendiamo i kayak per tornare alla spiaggia di Bok, ottima scelta per sistemare il nostro campo notturno.
Ettore decide di non montare la tenda e approfitta di una sdraio abbandonata sulla spiaggia per dormire col piacere di avere come tetto solo il cielo stellato, mentre in lontananza, in mezzo al mare, brillano delle misteriose luci, scopriremo il giorno seguente che quelle luci arrivano dalle case delle Isole Srakane.
-
Secondo giorno – percorsi in kayak km. 46
3° giorno – Dall’Isola di Susak all’Isola di Unije passando dalle Isole Srakane
Oggi il mare è calmo e la visibilità ottima.
Il nostro percorso passa dalle Isole Srakane (Canidole), le vediamo a nord della baia di Bok, sono due strisce di terra, lunghe e strette, alte qualche decina di metri e disposte sull’asse SE-NO che sembrano indicare la strada per l’isola di Unije.
Dalla siaggia di Bok (Susak) pagaiamo per 6 chilometri fino alle rocce di Punta Silo dell’isola di Male Srakane (Canidola Piccola) davanti alla quale c’è uno minuscolo isolotto roccioso con un faro, poi costeggiamo per un paio di chilometri tutto il versante occidentale dell’isola. I tetti di qualche casa e il campanile della chiesa sporgono dai canneti. Sicuramente Male Srakane è un’isola molto isolata e quasi disabitata.
Prolaz Zaplic è lo sretto che separa le due isole Srakane, lo attraversiamo, sono meno di duecenti metri e così raggiungiamo l’Isola di Vele Srakane, la costeggiamo dal versante rivolto verso il mare aperto e ci fermiamo poco dopo, presso un’insenatura con un molo.
L’isola attrae la nostra curiosità, così, legati i kayak agli anelli del molo, ci inoltriamo lungo uno stretto sentiero tra i canneti e in poche centinaia di metri siamo al centro abitato.
Ci fermiamo a chiaccherare con un abitante mentre altri due sono alle prese con la riparazione di un lampione. Colpiscono questi numerosi lampioni che noi, durante la notte trascorsa sulla spiaggia di Bok, vedavamo brillare e ci hanno fatto pensare alla presenza di un paese animato e non così piccolo e sperduto come appare.
Ora che siamo qui, ci rendiamo conto di quanto questo luogo sia isolato e lontano dalla “civiltà”, vivere su quest’isola è sicuramente una esperienza unica e particolare … a parte i lampioni. Non ci sono negozi, di nessun genere, non una trattoria o un luogo di ristoro, l’acqua arriva via mare e quella piovana viene raccolta da qualche cisterna. La quiete assoluta è assicurata e se si esclude qualche presenza estiva, risiedono sull’isola meno di dieci persone che allevano qualche animale da cortile e qualche capra e coltivano piccoli orti.

Sull'Isola di Vele Srakane, esposta alla bora c'è questa piccola costruzione con porte e finestre ben chiuse.
Il villaggio è composto da una dozzina, o poco più, di vecchie case, alcune ben tenute altre malandate o abbandonate. Non ci sono strade ma solo sentieri. Noi percorriamo il sentiero principale che dal paese porta alla chiesetta di Sant’Anna che potrebbe essere facilmente inserita nella scenografia di in un film sul vecchio West. Il sentiero scende poi sul versante orientale dell’isola, dove c’è un molo che serve da approdo princilale per le imbarcazioni di linea provenienti da Mali Losinj, ma lo sbarco avviene solo se viene espressamente richiesto al personale di bordo.
Pur essendoci diverse barche degli abitanti, non esiste un porto e nemmeno baie protette, perciò non ci sono imbarcazioni all’ancora, sono tutte disposte sulla riva nei pressi del molo e ben legate per paura della bora.
L’isola era abitata sin dalla preistoria, a nord, sul colle più alto (60 metri) ci sono i resti di un insediamento con fortezza difensiva.
Dopo questa affascinante visita, torniamo ai kayak e prima d’imbarcarci, ci rinfreschiamo tuffandoci in mare dal molo.
Riprendiamo a costeggiare l’isola e raggiungiamo Punta Straza, il suo vertice nord, poi attraversiamo lo stretto che le divide dall’Isola di Unije (traversata di 1800 metri), raggiungiamo Capo Arbit che è il promontorio più a sud dell’Isola di Unije, posto ai piedi della collina più alta (Kalk – 132 metri).
Costeggiamo l’Isola di Unije in senso orario e dopo la piccola insenatura di Sibenska facciamo una breve sosta nell’ampia baia di Vrulje dove c’è una bella spiaggia ghiaiosa, nei pressi si possono raggiungere i resti di una villa romana del 4° sec. d.C. e la necropoli.
A Capo Vnetak anmmiriamo un bel faro costruito nel 1873.
Dopo Capo Nart, con l’isolotto di Skolijc al largo, entriamo nell’ampio e ridente golfo di Luca Unije, qui, protetto dalla bora e dallo scirocco, sorge il paese di Unije, disposto ad anfiteatro attorno al pendio che si affaccia alla baia, è l’unico centro abitato dell’isola.
Sbarchiamo a destra del molo sulla lunga spiaggia ghiaiosa e dopo aver cuciniamo le nostre provviste, è d’obbligo una passeggiata tra i vicoli.
Il caratteristico paese, è affascinate, curato e sembra ancora autentico. Ci sono alcuni locali di ristoro e trattorie affacciate al mare, qualche negozio di generi alimentari e persino una pasticceria. Gli abitanti, meno di 100 persone, si sono organizzati per offrire ai turisti l’alloggio in camere e appartamenti. Passeggiando tra le vie strette e ombreggiate, la quiete è assoluta e i giardini tra le belle case color pastello sono un tripudio di piante e fiori.
Anche su Unije, come sulle isole di Ilovik e di Susak, le automobili non possono sbarcare. I visitatori arrivano con la linea giornaliera di traghetti da Lussino o, con frequenza meno assidua, tramite gli aliscafi da Fiume. Oltre che per mare, è possibile raggiungere l’isola atterrando sul piccolissimo aeroporto non lontano dal paese.
Numerose fonti d’acqua hanno reso l’isola molto fertile e la campagna è arricchita da molti ulivi.
Ripresi i kayak, proseguiamo sottocosta e percorsi un paio di chilometri, iniziamo a pagaiare ai piedi di una scogliera bianca che strapiomba nel mare, è la più spettacolare del nostro viaggio e raggiunge il suo apice a Capo Vele Stijene, è una grande emozione essere qui. Non possiamo che dilungarci a godere pienamente del piacere di appartenere, anche se per pochi minuti, a questo stupefacente paesaggio.
.
.
.
.
Più avanti, la lunga spiaggia di Zasmokve con il solito mare cristallino, è meritevole di una sosta con nuotata e così non ci siamo lasciamo sfuggire l’opportunità di una pausa così ricca.
Oltrepassiamo l’isolotto di Samuncel e ancora più a nord giungiamo a Punta Lokunji, estremo nord dell’isola. Qui le scogliere sono basse e frequentate da molti gabbiani che vi nidificano, probabilmente non temono l’esposizione alla bora.
Le insenature di Goligna e Skopalj, a sud/est di Punta Lokunji, sono quelle maggiormente esposte alla bora e sulle spiagge in fondo ai golfi il vento ha accatastato montagne di plastica raccolta dal mare.
La costa prosegue interessante fino alla prima delle tre profonde insenature orientali, rifugi ideali per che naviga in queste acque, sono protette da tutti i venti tranne che dal mare grosso portato dallo scirocco.
Esploriamo attentamente la prima insenatura, alla ricersa di un approdo comodo per il nostro bivacco, ma a Vognisca non lo troviamo, solo un paio di barche a vela sono ancorate nella baia.
Passiamo così a esplorare l’adiacente insenatura di Podkujni e proprio mentre stiamo per uscire dal golfo, sulla nostra destra, lungo il versante sud, scorgiamo una bella spiaggia di ghiaia chiara che scende verso il mare con una accentuata pendenza, sbarchiamo per una ispezione e … quale meraviglia! il luogo è magnifico per il nostro campo.
La fortuna ci ha aiutato, il posto è davvero molto bello, il mare dorato dal sole al tramonto si stamperà indelebile nei nostri cuori.
Mentre i miei due compagni d’avventura sistemano le tende nell’avvallamento sul prato oltre la spiaggia e vicino alla macchia mediterranea, io preferisco la posizione più elevata e panoramica sul mare, in cima alla spiaggia, metto la tenda sulla ghiaia, tanto con un buon materassino i sassi non vengono percepiti durante il sonno.
Il falò in spiaggia, e sopratutto in questo magnifico luogo, ha un fascino tutto particolare e vicino ad esso è bello dilungarsi rimirando il mare e il cielo stellato, sorseggiando una tisana d’erbe.
-
Terzo giorno – percorsi in kayak km. 42
4° giorno – Dall’Isola di Unije all’Isola di Lussino
La brace è ancora calda dalla notte perciò appena alzati è stato semplice ravvivare in fuoco.
Mentre facciamo colazione ci godiamo l’alba, bella quanto il tramonto e forse più.
Passiamo Punta Maracol dietro la quale si nasconde l’omonimo fiordo; ne percorriamo le sponde più aperte sensa addentrarci nel suo acuto vertice dove scorgiamo numerose barche all’ancora e in ormeggio. A sinistra, da lontano, vediamo ampie costruzioni che potrebbero essere i resti dei vecchi magazzini militari o/e quelli della fabbrica per la conservazione del pesce che qui rimase attiva fino al 1963. Dal fondo della baia un sentiero attraversa l’isola e in soli venti minuti è possibile arrivare facilmente al paese di Unije.
Uscendo dal golfo di Maracol, al di là del Canale di Unije, ci appare la catena montuosa Osorscica, che occupa l’intera parte nord di Lussino e scende in mare a Punta Osor, estremo nord dell’isola.
Punta Osor appare sfumata dalla foschia mattutina, ma riusciamo ancora a pagaiare a vista per quasi 11 chilometri ripassando da Capo Maracol e dall’isoletta di Misnjak per poi attraversare in diagonale il canale di Unije.
Giunti nel vertice nord dell’Isola di Lussino proseguiamo sottocosta verso sud.
Il cielo a tratti si annuvola, poi torna a splendere il sole, mentre noi, di roccia in roccia, di baia in baietta, percorriamo attentamente questo tratto costiero molto bello e per oggi tutto e solo nostro.
Sbarchiamo su alcune spiaggette, anche solo per pochi minuti, il tempo di una breve passeggiata e di una nuotata rigenerante.
Alcune calette sono adatte al campeggio nautico e tutte sono deserte e dall’acqua turchese.
Il monte ci sovrasta con le sue vette, di cui la più alta è il Monte Televrina (588 metri).
Il promontorio di Tomozin è il più particolare e nasconde l’omonimo golfo composto da anse abbellite da alcune piccole spiagge ciottolose. Ci fermiamo qui per la sosta pranzo, una nuotata e il piacere di ascoltare il selenzio rotto solo dal dolce suono del mare.
Prima di rimetterci in kayak accendiamo il VHF che annuncia temporali e forti venti in arrivo, ragioniamo sul fatto che forse è meglio anticipare di un giorno la conclusione del nostro viaggio in kayak.
.
Più a sud, dopo altre belle baie, il monte si abbassa trasformandosi in collina e nella baia di Studencici scorgiamo le prime case isolate affacciarsi alle spiaggette su cui trovano riparo piccole barche.
Passiamo al largo di Porto Lovo o Linski che appare attrezzato per i diportisti ed è servito anche da una strada.
Ci fermiamo più avanti su un’ampia spiaggia ghiaiosa, la bianca scogliera è bassa e permette di passeggiare facilmente lungo la riva, l’entroterra è coperto da macchia mediterranea. Avrebbe potuto essere il luogo per un nostro bivacco, ma il tempo si è ormai guastato, il temporale avanza e così decidiamo di proseguire per concludere in serata il nostro viaggio in kayak.
A Capo Kurila il faro è sorretto da una torre costruita sulla bassa scogliera, è raggiunto da una stradina che passa dal piccolo aeroporto che sorge nel mezzo di questa ampia penisola.
Ancora un paio di baie e quando ci appare l’isolotto di Zabodaski deviamo a est (80°) per dirigerci verso la Boca Vera, l’ingresso principale del profondo golfo di Mali Losinj.
.
Durante le ultime pagaiate, costeggiamo alla nostra destra il campeggio Polijana e poco prima dei grandi cantieri navali entriamo nel canale di Privlaka, lo percorriamo e all’uscita, a destra, arriviamo alla piccola spiaggia ghiaiosa da dove eravamo partiti quattro giorni prima.
Mentre carichiamo i kayak sull’auto inizia a piovere, ma il temporale si scarenerà violentissimo solo durante la notte, acqua a catinelle e violentissime raffiche di vento mentre ci troviamo a Cres nel porto di Porozina in attesa del primo traghetto del mattino.
-
4° giorno – Percorsi in kayak km. 47
-
TOTALE PAGAIATA ALL’ARCIPELAGO DI LUSSINO – km. 160
I Temporali nel Quarnaro
non si dimenticano facilmente, per via delle improvvise e potenti raffiche di vento e per gli scrosci violenti di pioggia.
Frequenti nei pomeriggi e nelle serate estive, sono spesso associati a forti venti nord/orientali o meridionali
Sottocosta le raffiche sono ancora più forti e se sono micidiali per un kayaker esperto, creando spesso serie difficoltà anche a barche motorizzate di piccola o media stazza.
Quando si osserva verso occidente la formazione di nubi dense e scure che scendono verso il mare, è bene cercare un rifugio a terra ed aspettare che il temporale passi, il periodo più intenso del temporale di solito non dura più di mezz’ora, ma in questo tempo, i rovesci di pioggia sono tanto forti da impedire una sufficiente visione e segiuire la giusta rotta di navigazione può diventare un serio problema.
Sotto il temporale, anche se dotati di bussola, ritengo che sia un rischio troppo elevato affrontate le traversate.
In questo mare veramente cristallino, cosparso di isole verdi e sopratutto vere, i periodi migliori per l’esplorazione in kayak sono la primavera inoltrata e Settembre, lontano dall’affollamento di Luglio e Agosto e dalla stagione invernale in cui è frequente incontrare la Bora e/o il cattivo tempo.
Con più tempo a disposizione avremmo potuto visitare il museo di Mali Losinj dove è custodito l’Apoxyomenos, il magnifico bronzo dell’atleta greco rinvenuto nel mare tra l’isola di Lussino e l’isola di Vele Oriule, avremmo potuto sbarcare a Veli Losinj per una passeggiata nel caratteristico paesino, ma sopratutto sarebbe stato bellissimo fare l’escursione fino alla vetta del Televrina per entrare nel cuore dell’isola e dalla sua vetta dominare l’intero percorso fatto in kayak.

Ettore Moretti, Marco Ferrario, Marco Zonno sulla spiaggia di Bok (Isola di Susak) - a dx sullo sfondo l'isola di Unije
Trekking in kayak da mare di Ettore Moretti, Marco Zonno e Marco Ferrario
Testi di Marco Ferrario – Fotografie di Ettore Moretti (E), Marco Zonno (Z) e Marco Ferrario









































































































































































































































































































































































































































































































































































* Nigelkayaks -
* Occhio all'onda -
** Kayak de mar en Galicia -
** Storm Roll – Roll da Tempesta
-
- gnarlydog -
- Kay-Art -
- kayak in mare, kayak al lago …
. CKI – Canoa Kayak Italia
. Come si Pagaia
. Kayak paddling -
. Undici esercizi di stretching raccomandati per il kayaker.
Arne kayak blog -
Björn Thomasson,
Canoaverde
canoista -
CK/mer -
Gironavigando -
Gruppo Canoe Roma -
Inuit del Lario
kayak de mar -
Kayak in silenzio
KAYAK ROSSO di Morquan -
kayakr -
kayarchy —–
Nérée -
Pagayeur d'Iroise -
PN Kayak -
Sardegna in kayak da mare (in lingua francese)
tatiyak -
The Kayak Blog – la vie en xx-blue -



